Archivio | settembre, 2008

Il passato mai passato

29 Set

Una volta ho letto che tutti gli strappi sono contemporanei.
Leggevo Montale e le sue considerazioni sul nostro tempo.

Possibile. Perché no?
Le cose che fanno male oggi faranno male anche domani.
Tutte le ferite possono riaprirsi e possono infettarsi, anche quelle cucite bene.
Nessuna rigenerazione, solo latenza. Ricordo. Memoria.
Fenice in contemplazione sulle proprie ceneri. Altro che rinascita.
Ma il tempo non era gentiluomo? Mi sa che se ne fotte.
Possiamo illuderci d’avere anticorpi, ma le ricadute sono sempre in agguato.
Tutto quello che viene reciso viene a mancare.

Due parole sugli occhi

26 Set

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore.
Direbbe Carver ascoltando i racconti di Uolli, di Barci, di Adele, di Cinzia, di Mariella, di Claudia, di Marta, di Fiammetta, di Silvia, di Claudia mia sorella, di Nina, di Valentina, di Sara, di Viviana, di Mary, di Cristina, di Mirella, di Dorotea, di Daniela, di Tiziana, di Manuela, di Julie, di Anna, di tutte le donne del mondo …

E poi mi dici che non ti amo più perché il mio sguardo non è quello dei primi tempi. E se fosse il tuo sguardo ad essere cambiato? Se fossero i tuoi occhi ad aver perduto l’indifferenza? Se fossi tu a guardarmi nello stesso modo in cui ti guardo io?

A quel punto non noteresti più la differenza, si giocherebbe ad armi pari.
Qualcosa si è aperto, forse.

Stamattina

25 Set

Addosso, in punta di dita, dentro.
Un odore nuovo, il nostro.
Mi dici che ti sto entrando nel sangue.
Mi chiedi se sono la tua donna.
Vuoi un amore noi.

L’ultima alba

24 Set

Avevamo perso il pullman della notte.
Ricordi? Stavamo tornando da non so più dove.
Davanti a noi un rotolo di chilometri per arrivare fino a casa.  Il sonno ci rilassava le guance e le spalle, oscillavamo in una camminata morbida. Il mio viso tradiva fatica e tu mi chiedevi se ero stanca. Io mi arrabbiavo e ti dicevo che avevi due occhi di vantaggio sul resto del mondo. Occhi turchini in caduta libera su ogni nuova esperienza. Ti piaceva farmi arrabbiare. Volevi prendermi in  braccio, a tutti i costi. Mi venivi incontro, a braccia tese. Ma io non volevo sentirmi malata.
Comunque mi  facevi ridere,  sai?  Anche se avevo fame. Fame come non mai.

La strada era come l’arcobaleno, brillava sotto la pioggia, e tu temevi il mal di gola.
Mi chiedevi le caramelle. Io non ne avevo caramelle, le vietavano a scuola di danza e tu lo sapevi.
Ci scaldavamo ballando lungo la strada. Tu riuscivi anche a cantare, io avevo troppo freddo. Battevo i denti. Ma tu non avevi mal di gola? Cazzo, cambiavi idea ogni cinque minuti. Ti amavo da morire. Quella notte avvertivi qualcosa. Già sapevi. Presagivi. Ti interrogavi sull’eternità. L’eternità del non esserci più. Di chi muore per sempre. Io non avevo voglia di pensarci. Pensavo fosse riferito a me, non ti ascoltavo. Non potevo sapere che l’alba che stava per arrivare sarebbe stata una delle tue ultime albe.

Cambiavo discorso. Ti chiedevo di tua madre, di tua sorella, di Molly, della Ostino e della Ballor della 3^ A, di Simona, di Silvia, di Fra,  di Michele, di Laura e di George Michael che alla radio chiamavamo sempre Michael Jackson, quanto ci faceva ridere. Ma tu non volevi saperne. Volevi soddisfare la tua sete d’eternità. Forse fino a farne parte. Intanto il cielo si preparava ad accogliere la nostra ultima alba insieme.

Se ci ripenso, e ci ripenso, non avrei avuto fretta di tornare a casa. Come potevo sapere? Non c’è un campanello per scandire gli ultimi minuti insieme, per consacrarli con la giusta importanza. Quello che c’è, in realtà, è già quello che resta. Il ricordo. Il ricordo di chi si appoggiava a te, quel giorno, nel sole nascente. Il ricordo di chi aveva solo 21 anni e voglia di fare l’alba tutte le notti.

A.F. Aprile 2001

Parlando di te

23 Set

E poi c’è chi dice che questa notte ci si può dire ti amo.
Chi ti abbraccia portandoti via, con i piedi a 30 centimetri da terra.
(30 centimetri che sono come 30 metri).
Chi ti regala un sole da portare sul cuore.
Chi ne ha viste di tutti i colori.
Chi ha paura di soffrire ancora.
C’è chi va a vela.
C’è chi va in moto.
C’è chi va a piedi, come me.
C’è chi ama da dentro, come me, come noi.
Chi vuole fare lo scrittore e non sa che già lo è.
Chi ti manda le canzoni.
Chi vorrebbe dare e non si accorge che lo sta già facendo.
C’è chi ti chiama piccola.
C’è chi ha il potere di farti stare bene come non mai.
C’è chi vorresti avere sempre in giro per casa.
Chi lascia i vestiti e lo spazzolino, perché può sentirsi a casa.
C’è chi desideri al tuo risveglio.
Chi speri ti accompagni nei sogni.
Chi vorresti tenere sempre per mano.
E poi c’è chi comincia a fidarsi di te.
Ci sei tu.

Il medioevo della mia vita

23 Set

Sono nata  nel 1982 in una gelida notte di Gennaio.
Avevo così tanta voglia di venire al mondo che ho preferito un vecchio Volkswagen con i sedili acrilici, luridi e bucati, al posto di un caldo e morbido letto d’ospedale. È stato proprio questo evento, la nascita, a rendermi delicata e cagionevole tanto da non poter frequentare la scuola materna con gli altri bambini. Per sopperire alla noia, che solo un figlio unico conosce, ho dedicato “anima e core” a due attività impegnative: far volare i mini pony e inventare parole di plastica sulla lavagna magnetica. Ben presto ho capito che la scrittura magnetica avrebbe dato maggiori soddisfazioni, anche perché quei cavallini bastardi non volevano proprio saperne di volare. Le scuole elementari m’inserirono crudele società dei coetanei. Ricordo i piccoli temi, chiamati pensierini. Il mio preferito era quello in cui ci si doveva descrivere, perché  ero  molto alta per essere una bimbetta di soli otto anni, fatto che, col passare del tempo, non ho più potuto vantare. Delle medie ricordo solo che le mie compagne avevano il fidanzato io, invece, avevo la chitarra e una strana confusione sul concepimento che le scuole superiori, negli anni successivi, avrebbero generosamente illuminato. Il medioevo della mia vita ha avuto fine con l’arrivo dell’Università e con la consapevolezza che le cose che contano sono quelle divertenti. Credo sia per questo motivo che ancora oggi trascino con me un corso di laurea che non mi darà mai da mangiare, come afferma il Rettore, ma che mi lascerà un bel titolo da appendere al muro. Questa, in breve, è la mia vita senza rimorsi e senza rimpianti, perché ho sempre fatto tutto quello che mi suggeriva il cervello, o l’eco del vuoto intorno, diventando quello che c’è qui e a pagina due che forse non è molto, ma è sicuramente il frutto della mia continua aspirazione.  

PAGINA DUE
Sono quel che sono.
Basta. Niente più.

Il sorriso delle 8 e 35

22 Set

Un caffé nella tazzina che ti piace tanto.
Quella di Berlino.
Non ci sei mai stato?

Su vestiti, amore mio. Ti porto a Berlino.
Prima, però, dammi un bacio. È uscito il sole.

La Gatta Cenerentola

19 Set

Tanto per farsi un’idea.

http://it.youtube.com/watch?v=fehLBj184tA&feature=related

Olé

19 Set

Dunque, le cose stanno così.
Insegui un sogno, proprio quello che ti aveva fatto abbandonare l’Università, dicevi che ne valeva la pena. Anni di sudore e lacrime scandiscono il ritmo delle tue speranze e al posto di scoraggiarti che fai? Ci vai di testa. Anzi, di più. Ci vai di cuore, di gambe, ma soprattutto di anima. Ci metti l’anima, tutta quella che hai e alle volte ne chiedi anche un po’ in prestito.
Hai un progetto. Lavori con costanza, ma la gente va più veloce di te e arriva sempre prima. Ti senti sempre dire che dovevi arrivare un attimo prima. Si? E quando? Cos’è prima? E quanto prima è? Mah … questo nessuno lo sa dire. Mai! Intanto non ci fai caso e gli anni passano, l’Università è sempre allo stesso punto e a casa tutti chiedono quanti esami mancano. Tu spari ogni volta un numero diverso e cambi discorso, ma vorresti rispondere per le rime. Una frase. Una domanda.

Y tu mamá también?

Basterebbe a spiegare tutto. Cazzo. Ma non puoi dirlo, non si fa. Diventi più ruvido, così tanto che smetti pure di cantare. Non puoi cantare se hai cuore e lingua asfaltati e nemmeno se hai l’anima asfaltata. Non riesci a metterci l’anima. Punto di partenza, è passato un anno da quando sono cominciati i problemi  e quel minimo di fiducia nel genere umano che ti rimane sta scomparendo. Poi vedi uno spiraglio. Qualcuno mi ama, pensi. Siiiii, credici! Sono tutti qui apposta per amarti. Cerca pure tutti gli indizi, i riferimenti, le tracce che vuoi. Qui nessuno se ne fotte.
Comunque, i primi tempi va. Non ho detto che va bene. Va e basta. Non puoi fare altro che fermarti e osservare. Stai guardando il tuo film. Non il film tanto bello che ti fai nella testa, in cui c’è l’uomo della tua vita e una carriera da scrittrice pluripremiata, quello che gli altri ti scrivono addosso nella speranza che il finale possa andarti bene. Passa un altro anno. Di già? Si, meno male. Stai sempre lì, a quel punto quasi non sanno chi sei. Ti senti come La Gatta Cenerentola e gli altri questo non lo sanno. Ti guardano con l’espressione del … cosa ti manca? E a te manca tutto. Manca stima, considerazione, speranza. La cosa peggiore che ti possa capitare, perdere la speranza.

Spesso mi dicono che ho un sacco di sogni. Fortuna che quelli restano, visto che la speranza è da tempo andata.

Attorno a te vedi persone che potevano essere te cento chili di speranze fa. Sono lì per prendere il tuo posto. Sei così amareggiato che nemmeno ti importa. Ti rode solo che loro, almeno, un posto nel mondo, al momento, ce l’hanno. Sanno dove devono stare e cosa fare. Tu ciondoli, galleggi ti aggiri. Tutti credono che non stai facendo un cazzo e in realtà il tuo è il lavoro più duro di tutti. Devi stringere i denti, sorridere, sempre a denti stretti, e aspettare. Aspettare che cambi qualcosa. Non uno spiraglio, come l’ultima volta. Un cambiamento. Hai bisogno di aria nuova. Freschezza. Leggerezza. Un milagro, come dice il mio amico Carlos.

Nozze di Pelle

19 Set

Ti chiedo se 31 anni con la stessa persona sono troppi.
Tu rispondi che gli anni d’amore non sono mai abbastanza.

Ecco da chi ho preso io.
Avrei risposto come mia madre.

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