Quel che resta del Messico. (4 mesi dopo)

29 Dic

L’aeroporto affollato di Città del Messico che non teme la suina.

Il cane di Herve, pietra verde e bella, con la testa fuori dal finestrino della macchina in corsa che prende l’aria sul muso e fa finta di volare.

Edith e Adrian che si amano da morire.

Il San Simone bevuto dall’altra parte del mondo.

Il musicista messicano con i capelli lunghi e le mani affusolate che sorride con la sigaretta in bocca.

Il viaggio interminabile verso sud.

L’alba ghiacciata nella città deserta di Oaxaca alle 5 e mezza del mattino.

L’ostello, le pulci e i fratelli chitarristi che vivono nelle palafitte sul tetto.

I libri in lingua  letti al volo sui collettivos, tra una curva e l’atra, tra una buca e l’altra.

La salita verso Montalban, il silenzio, l’erba, i fiori rosa e i bagni puliti.

Le cavallette caramellate, il mercato, il mescal e il cusanito in quel postaccio di maschi eccitati.

Il viaggio della morte fino a Pochutla. Il sonno forzato. La calma indotta. La paura negata.

L’Oceano Pacifico alla mia destra. Il sole e l’umidità.

Zipolite e le onde che ti rigirano come un pedalino.

Le cabanas sulla spiaggia e la colazione con la birra.

I biscottini di Daniel e le sue gentilezze.

Raphael, i Mad Season e il bacio che non gli ho dato.

Le tartarughe fantasma di Mazunte e il taxista sospetto.

L’assenza di energia elettrica.

Il confine tra indigeno e sfruttamento.

Il sorriso dei bambini che ti prendono per mano.

Il caffè di San Cristobal, la caffetteria e le torte.

La giungla e le rovine.

Marcos e la giungla.

Il mare e le rovine.

La piramide di tutte le piramidi.

Il negozio delle amache e i massaggiatori malviventi malintenzionati, che poi massaggiatori non erano.

I Cenotes pieni di acqua, roccia e freddo. Ma anche di turisti e parassiti intestinali difficili da debellare.

Valladolid e l’albergo uscito da una puntata qualsiasi di Dallas, la piscina, i cocktail fruttati e gli occhiali da sole enormi.

Le tende, i tessuti e una valigia di troppo.

I Caribi col mare incazzato, i materassi e La danza della realtà.

La notte nella pericolosa Cancun e i brutti ceffi sotto casa.

L’aereo verso il nord.

Monterrey, dove sei solo un organo con le gambe.

La traversata della Sierra Madre.

Il deserto, i cactus e i minatori.

Le mulattiere e i cavalli.

I charros infingardi e churros bruciati nell’aria di zucchero.

Le millemila ore di pullman, i bagagli bagnati e le tende rovinate.

La polizia corrotta con le auto scassate e le cucarachas nei cessi della stazione grandi come armadilli.

Il tutto per concludere con un ultimo passaggio nella città di Frida e 13 ore in una scatola alata piena di questi ricordi e quelli di altre 100 persone.

Vai Consuelo, su questo Radio Blog. Per tutte le cose che ho fatto e per quelle che non ho fatto in quel Carrusel Mexicano.

http://www.youtube.com/watch?v=iibS5UW1O5Y&feature=PlayList&p=8661E1F7E4F338AE&index=0&playnext=1

 

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3 Risposte to “Quel che resta del Messico. (4 mesi dopo)”

  1. Rebetika 30 dicembre 2009 a 7:48 am #

    Dimenticavo El Tule, l’albero più sacrificato del mondo. Certo, è famoso per essere l’albero più grande del mondo, ma la cosa che si nota di più, vi assicuro, che non è la sua imponente dimensione, è lo spazio ristretto in cui è costretto a vivere. Anche questa volta l’uomo ha fatto la cazzata. La chiesa, nello specifico. Amen. Su RSL per la libertà de El Tule.

    Ah, ne approfitto per chiedere scusa ai Caraibi, che ho chiamato Caribi.
    Ma che volete, sono Selvaggia e anche scocciata: scrivo di getto e non rileggo. E questa tastiera fa veramente schifo.

  2. sistercesy 30 dicembre 2009 a 7:56 am #

    un viaggio splendido,
    un sorriso

  3. Rebetika 30 dicembre 2009 a 8:07 am #

    Lo è stato davvero, grazie.
    Benvenuta su RSL, il Radio Blog DAVVERO libero.

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