Archivio | dicembre, 2009

Addio o benvenuto? Non l’ho mai capito.

31 Dic

Sembra proprio che siamo arrivati alla fine. La fine di un anno,  un decennio… la fine che, come ogni anno, porta un altro inizio. E come ogni anno io non sono pronta. Cavolo. Mi ero appena abituata a questo maledetto 2009, che per me è stato l’anno dell’abbondanza. Ho avuto di tutto: troppo.  Ho amato troppo. Ho pianto troppo. Ho lavorato troppo. Ho viaggiato troppo. Ho dormito troppo. Ho mangiato troppo. Ho capito troppo. Ho perduto troppo. E… quello che ti pare, troppo. Certo, non sono la donna delle mezze misure, ma quando è troppo è troppo!

Anche le morti sono state sono state troppe. E perdi il re dei quiz… e vabbè!
E poi quello del pop: no comment! E il ballerino migliore di sempre e… effettivamente, lì ci sono rimasta male davvero! Ma Ballard, no! Ballard è davvero troppo!
In un paio d’anni, incetta di scrittori morti. Scrittori che valeva la pena leggere. Insomma, il 2009 si è fatto proprio i cazzi suoi, diciamolo. È stato egoista q.b. e non ha sentito ragioni.

Personalmente, non posso lamentarmi. Ho avuto tutto quello che ho chiesto quella notte tra l’ultimo e il primo dell’anno scorso. Quella notte a Times Square. Ah, già, non mi sono voluta fermare a Times Square. E allora dove diavolo ero? Probabilmente ero a cercare la solita scusa. Quella che mi fa illudere di essere felice solo perché sono dall’altra parte del mondo. Mi capita spesso.

Questa volta sarà diverso? Questa volta sono a casa. Sono con i miei amici e con un pensiero importante nella testa che mi fa venire voglia di dare una possibilità al 2010.
Proviamo? Vediamo? Chi lo sa, magari va bene!?! Per una volta…
Magari il nuovo anno mi piace così tanto che mi ci abituo subito. Magari. Magari continui tu, perché io non so cosa aggiungere. Magari poi trovi un posto tra i miei post, in cui cercarti.

Magari. Magari è un sogno. Magari è una parola bellissima.

Su RSL Some swet day. Che ne dici?
http://www.youtube.com/watch?v=HmpUi62jOQ4

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Quel che resta del Messico. (4 mesi dopo)

29 Dic

L’aeroporto affollato di Città del Messico che non teme la suina.

Il cane di Herve, pietra verde e bella, con la testa fuori dal finestrino della macchina in corsa che prende l’aria sul muso e fa finta di volare.

Edith e Adrian che si amano da morire.

Il San Simone bevuto dall’altra parte del mondo.

Il musicista messicano con i capelli lunghi e le mani affusolate che sorride con la sigaretta in bocca.

Il viaggio interminabile verso sud.

L’alba ghiacciata nella città deserta di Oaxaca alle 5 e mezza del mattino.

L’ostello, le pulci e i fratelli chitarristi che vivono nelle palafitte sul tetto.

I libri in lingua  letti al volo sui collettivos, tra una curva e l’atra, tra una buca e l’altra.

La salita verso Montalban, il silenzio, l’erba, i fiori rosa e i bagni puliti.

Le cavallette caramellate, il mercato, il mescal e il cusanito in quel postaccio di maschi eccitati.

Il viaggio della morte fino a Pochutla. Il sonno forzato. La calma indotta. La paura negata.

L’Oceano Pacifico alla mia destra. Il sole e l’umidità.

Zipolite e le onde che ti rigirano come un pedalino.

Le cabanas sulla spiaggia e la colazione con la birra.

I biscottini di Daniel e le sue gentilezze.

Raphael, i Mad Season e il bacio che non gli ho dato.

Le tartarughe fantasma di Mazunte e il taxista sospetto.

L’assenza di energia elettrica.

Il confine tra indigeno e sfruttamento.

Il sorriso dei bambini che ti prendono per mano.

Il caffè di San Cristobal, la caffetteria e le torte.

La giungla e le rovine.

Marcos e la giungla.

Il mare e le rovine.

La piramide di tutte le piramidi.

Il negozio delle amache e i massaggiatori malviventi malintenzionati, che poi massaggiatori non erano.

I Cenotes pieni di acqua, roccia e freddo. Ma anche di turisti e parassiti intestinali difficili da debellare.

Valladolid e l’albergo uscito da una puntata qualsiasi di Dallas, la piscina, i cocktail fruttati e gli occhiali da sole enormi.

Le tende, i tessuti e una valigia di troppo.

I Caribi col mare incazzato, i materassi e La danza della realtà.

La notte nella pericolosa Cancun e i brutti ceffi sotto casa.

L’aereo verso il nord.

Monterrey, dove sei solo un organo con le gambe.

La traversata della Sierra Madre.

Il deserto, i cactus e i minatori.

Le mulattiere e i cavalli.

I charros infingardi e churros bruciati nell’aria di zucchero.

Le millemila ore di pullman, i bagagli bagnati e le tende rovinate.

La polizia corrotta con le auto scassate e le cucarachas nei cessi della stazione grandi come armadilli.

Il tutto per concludere con un ultimo passaggio nella città di Frida e 13 ore in una scatola alata piena di questi ricordi e quelli di altre 100 persone.

Vai Consuelo, su questo Radio Blog. Per tutte le cose che ho fatto e per quelle che non ho fatto in quel Carrusel Mexicano.

http://www.youtube.com/watch?v=iibS5UW1O5Y&feature=PlayList&p=8661E1F7E4F338AE&index=0&playnext=1

 

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