Sport blogger parte seconda. Selvaggia per Vertige.

24 Apr

“Si parte con un riscaldamento bello tosto: giri di corsa, pugni nel vuoto, circonduzioni e altri passaggi da effettuare senza mai fermarsi. Si procede con un circuito in cui si potenziano addominali, dorsali e gambe nel quale, se siete un po’ allenate, vi sentirete veramente fighissime. E poi ci si addentra nella parte clou, quella dedicata ai pugni, in cui vi sentirete un po’ meno fighissime.

Capire il meccanismo “uno/due”, nel mio caso sinistro/destro, è davvero impegnativo. E non vi dico capire “uno/due/uno”. Probabilmente scoprirete una natura da autolesioniste che ignoravate fino a quel momento, ovvero quando inizierete a prendervi a pugni da sole. Già, perché nel pugilato un pugno parte e un pugno torna e se non siete un minimo coordinate torna sulla vostra faccia. “

Leggi l’articolo su Vertige

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Ph: Julia Buttkewitz

Location:  This is Life

 

Il mio primo articolo da Sport Blogger.

20 Mar

Puoi tornare bambina facendo semplicemente l’altalena o meditare chiusa in un bozzolo da farfalla, insomma puoi trovare la tua dimensione del momento o semplicemente il mood del giorno.

Ci sarebbe da parlare per ore dei vantaggi, delle caratteristiche, di quanto sia complementare ad altri sport, tipo la pole, e dei trucchetti per rendere al meglio durante questa pratica: tipo non fare colazione con mezza teglia di tiramisù venti minuti prima della lezione.”

Leggi l’articolo completo su Vertige. 

 

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Tratto da una storia vera.

4 Mar

Beso: ma che pigiama hai?

Selvaggia: non lo so, me lo ha portato mia madre.

Beso: va beh, tanto c’avevo sonno.

 

Bingo Wings, una questione di famiglia.

25 Gen

Ogni anno 7 donne su 10 sono colpite dalla sindrome delle Bingo Wings, senza possibilità di appello.

Le Bingo Wings sono quelle porzioni di carne moscetta che collegano le ascelle ai gomiti, che sventolano fiere e a rallentatore quando corriamo, saltiamo, salutiamo e, naturalmente, quando possediamo una cartella vincente al Bingo. Sulle Bingo wings, anche note come ali di pipistrello o di scoiattolo volante,  è già stato scritto tutto e il contrario di tutto. Credo che ogni blog abbia un post sulla ciccia brachiale, un po’ come sul discorso dei calzini spaiati,  e dunque anche io voglio dare un contributo sull’argomento. Il mio intervento però è puramente scientifico, perché negli ultimi tre anni ho svolto studi approfonditi sull’argomento e test complessi, usandomi come cavia. 

Donne, ho una rivelazione sulle mantovane ascellari che o vi riporterà il sorriso, e la fiducia nel futuro, o vi farà venire voglia di spiccare il volo da un albero. Siete pronte?

Le Bingo Wings  non dipendono dall’età. Una volta un’amica mi ha detto che spuntano intorno o subito dopo i 30. Ecco, non è vero.

Non dipendono dalle gravidanze. Conosco donne che hanno avuto 3 figli e hanno le braccia asciutte e nervose come le keniote delle Olimpiadi.

Non dipendono da quello che mangi. Le ho viste anche su ragazze molto magre e perennemente a dieta.

E, udite udite, non dipendono da quanto sport fai. IO SONO LA PROVA VIVENTE. Mi ammazzo di pole dance, potenziamento (che comprende anche morte per trazioni), yoga e danza, eppure sono presenti e oscillanti più che mai, tanto da costringermi al saluto Elisabettiano che prevede la rotazione della mano sul proprio asse mantenendo il braccio aderente al corpo.

E allora da cosa dipendono? GENETICA, signore mie. Guardate le vostre mamme, zie, nonne, cugine ed esultate o, come nel mio caso, piangete. Non è la pigrizia, non è la lasagna e non è nemmeno la sfiga: sono i vostri geni. Le Bingo wings sono scritte nel vostro DNA, oltre che essere disegnate sotto le vostre ascelle. Quindi, potete pure lottare come forsennate, ma non esiste prevenzione e nemmeno cura per il vostro fardello di famiglia. Non vi resta dunque che sventolarle orgogliose ai  4 venti, oppure mascherarle con la creatività, proprio come faccio io.

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Questo è un ottimo modo per nascondere le Bingo Wings.

 

 

 

 

I Queen, David Bowie e la mia eredità.

14 Gen

In tutte le cose, io arrivo sempre in ritardo.

Ditemi pure che ho il quarto d’ora accademico nel DNA, come diceva un mio prof. all’Università, ma io l’articolo nel cassetto non ce l’ho mai avuto. Per due ragioni: la prima è che non scrivo articoli, la seconda è che se a me una cosa non parte dalla panza, non parte per niente.

E bene, il mio pezzo de panza succede adesso, alle 23:25 del 13 Gennaio, dopo una cena con mio padre; una persona che vedo poco e penso spesso. Non è molto quello che voglio raccontarvi, solo un ricordo. Il ricordo di una bambina di 11 anni che nel 1992 rimaneva sveglia fino a tardi con i suoi genitori, che sarebbero stati ancora per pochi anni apparentemente felici, per vedere il Freddy Mercury Tribute Concert.

Quella bambina voleva sentire, e vedere, le canzoni del Greatest Hits II che suo padre ascoltava sempre in macchina e che lei interpretava con grandissima passione e un inglese del tutto discutibile, soprattutto  quando si trattava della sua traccia preferita “Ai Uan Tu BRI Fri”, naturalmente.

Aspettava tutte le canzoni a lei note, quella sera, qualcuna arrivava, qualcun’altra faceva fatica a riconoscerla; l’interpretazione degli artisti talvolta può risultare ostica per orecchie poco evolute. Fino a quando arrivò la traccia 2. Quella traccia che la divertiva meno di “Ai Uan Tu Bi Fri”, ma che provocava reazioni emotive inspiegabili. 

Era Under pressure quella canzone che, nonostante la sua giovane età e la totale mancanza di comprensione del testo, la faceva uscire fuori. Ma come mai proprio quella canzone  la mandava così in estesi? Si trattava sia di Under Pressure e non di Under Pressure.

Si trattava di David Bowie, che fino al quel momento era stato per lei solo una splendida una voce. Fu amore. 

Non è un post strappalacrime su Bowie, anche se di lacrime per lui ne ho versate tante lunedì e per davvero. Quello che mi ha emozionato stasera, e che ho creduto meritasse di essere raccontato, è stato vedere come lo stesso ricordo può vivere con la medesima intensità in due persone così diverse, di generazioni diverse e a volte così lontane. Un ricordo di quasi 24 anni fa che non è solo un semplice fatto da qualche parte nel passato, ma un passaggio di eredità. La più preziosa che io potessi desiderare e per la quale devo ringraziare  i miei genitori. 

Quanto a David e al mio amore sincero per lui, ci sono conversazioni con mia madre che lo testimoniano. 

Guardando Labyrinth, uscito qualche anno prima del concerto del ’92, ma visto da me solo l’estate successiva:

Selvaggia:  Madre, quanti anni ha David Bowie? (lo ammetto, l’ho fatto anche con Jonh Travolta in Grease e con Patrick Swayze in Dirty Dancing quando ero più piccola)

Madre: Boh, ne avrà 35… (ne aveva già 39, e comunque non riuscivo veramente a capire come mai quell’ingrata di Jennifer Connelly volesse scappare da quello gnocco re dei Goblin)

Selvaggia: Lo posso sposare? (all’epoca era il mio metro d’interesse. Se mi interessava tanto, volevo sposarlo)

Madre: Ma è troppo vecchio per te! (secondo me, lo avrebbe voluto per lei)

Selvaggia: Non adesso! Quando anche io ne avrò 35…

Mannaggia David, non mi hai dato nemmeno il tempo di arrivare a 35. E comunque, bastava dire di no.

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Nella foto, fatta da me in maniera ignorantissima dal video, David Bowie e Annie Lennox quella famosa notte mentre cantano Under Pressure.

 

W le befane perché sono in grado di intendere e di volare.

4 Gen

Sono passati più o meno 18 mesi da quando ho mollato tutto per la pole dance: un posto di lavoro (quasi) fisso, uno stipendio decisamente dignitoso e un ruolo (più o meno) definito.

Come ho fatto? Semplice, a un certo punto della mia vita ho capito che quello che stavo mollando non era tutto. Era semplicemente quello che la società mi aveva sempre fatto credere come “tutto”.

Non è stato semplice. In questi mesi ho preso tante di quelle facciate (anche letteralmente) che sono diventata un carlino. Sono arrivate soddisfazioni, come conseguire il diploma da insegnante, ma anche alcune delusioni, come cannare la gara per cui mi ero preparata tanto solo perché il mio corpo aveva deciso che in quei giorni doveva avere la febbre a 39 e mezzo. Nonostante tanti alti e bassi, non ho mai pensato di tornare indietro. 

La cosa che sembra interessare tutti, più di come sto e come mi sento nella mia nuova pelle, è se riesco a viverci con questa follia. Beh, per riuscirci devo costantemente ridimensionare il mio stile di vita. Non posso più fare cose a caso, devo scegliere sempre tutto in modo molto mirato, anche perché il mestiere che ho deciso di intraprendere richiede formazione costante e numerosi allenamenti che sommati tutti insieme risultano costosi. Spesso, devo fare anche altri lavori per sbarcare il lunario. Ma che importa?

Ciò che conta è che  la mia scelta mi ha permesso di comprendere il significato di alcune cose che prima mi lasciavano indifferente. Come la befana, ad esempio. Insomma, perché il mondo avrebbe bisogno di una brutta mummia che non ha nemmeno un posto nel presepe o su una bibita gassata?  Ecco, ho finalmente capito.  La befana è colei che passa e si porta via le vecchie convinzioni per lasciare posto al futuro. Lei non teme ciò che non conosce,  gli va incontro volando, stretta al suo attrezzo di lavoro. Devo aggiungere altro? 

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Photo Credits: PixCel.fr

Paciocchi sulla bellissima foto: io che gioco con un programma che non so usare.

Sub: io mentre faccio una figura di merda alla gara più importante del mio anno.

 

L’ultimo dell’anno e la sindrome di Brigitte Bardot Bardot.

31 Dic

E siamo giunti, con una fatica epocale, alla fine di questo pazzo pazzo pazzo, e pure un po’ bastardo, 2015.

Da vera blogger molto fashion vi scrivo da un bistrot parigino mentre sorseggio un tè esotico aromatizzato con una corteccia d’albero in via d’estinzione.

No, non è vero. Non sono in un bistrot, sono solo da Starbucks perché la connessione di casa fa cacare. E non sto bevendo un albero protetto, ma un caffè che fa cacare più della connessione di casa.

Comunque, sentivo il bisogno di scrivere un’ultima fanfaluca e di condividerla con voi fortunelli.

Pensavo che per la prima volta in vita mia, l’ultimo pensiero dell’anno non va alla paura di finire in un trenino, allo scoccare della mezzanotte, mentre delle persone su di giri cantano con la cravatta legata in testa “Brigitte Bardot Bardot”.

Quest’anno penso solo che sono molto felice di festeggiare a Parigi e con Parigi che, nonostante la diffidenza, è presa da mille preparativi e dalla voglia di divertirsi. Certo ogni tanto, random, finisci giacca aperta e mani nello zaino, ma come mi fa riflettere Beso: nulla di personale.

Selvaggia: al supermercato mi hanno perquisita 2 volte. In entrata e in uscita. Ho la faccia da terrorista?

Beso: tranquilla, hai solo la faccia da terrona.

Buon anno da qui. 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lettera di una pole dancer a Babbo Natale.

24 Dic

Caro Babbo Natale,

non ti ho mai scritto la wishlist quando ero piccola, forse perché non ho mai desiderato nulla ardentemente. Se per te non è un problema rimedierei adesso, a 33 anni suonati.

Per esempio, questo Natale vorrei una nuova pelle. Non è una metafora per dire che vorrei tirar fuori da me una nuova me, eh. Vorrei proprio un’altra pelle, meno secca e più grippante: per stare meglio attaccata al palo, capisci? Sono sicura di sì.

Vorrei quei trick che non sono in grado capire e anche quelli che non ho la forza di accettare. Tipo quelli che fanno un male fotonico. Presente? Certamente qualche altra poler te li avrà già chiesti in passato. Probabilmente piangendo.

Se poi non è troppo disturbo, aggiungici due verticali. Una al palo e una no. Vedi, sono una persona ragionevole. Ah, apprezzerei anche un paio di movimenti d’anca, tipo exotic. Chessò… fatti un giro su you tube!

Poi, visto che ci siamo, sarebbe gradita anche un po’ di flessibilità.   Vorrei il ponte e lo scorpione, ma anche il piccione, il pesce e il tuca tuca cincillà. Ok, non è una posizione di yoga.

Visto che vieni apposta, porta anche quei due o tre workshop del cuore, il pole camp a St Maarten e qualche completino per poterci andare.

Lo so ti sembrerò esagerata e forse un po’ egoista, ma non ti ho mai chiesto nulla a parte Barbie Luci di Stelle. Ora ti lascio, hai tempo solo fino a stasera. E non dimenticarti la spaccata, o credi che per quella serva un miracolo? Nel dubbio, scrivo anche a Gesù Bambino.

Questo post è il mio regalo di Natale per  Francesca, Federica, Valeria, Noemi, Irene e Alberta. Vi voglio bene, belle poleastrelle rotanti.

 

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Natale senza canditi.

21 Dic

Chi mi conosce lo sa, mangiare una fetta di panettone tradizionale insieme a me è uno stillicidio: posso impiegarci tra i 25 e i 45 minuti, dipende dalla concentrazione di corpi estranei all’interno dell’impasto. Canditi e uvetta, ma soprattutto uvetta, mi mandano ai pazzi. La pelle mi salta via dalle braccia se per caso mi finisce un chicco di uvetta in bocca. Così, negli anni, ho affinato la tecnica “separatista” che mi permette di separare quelle fastidiose presenze dalla pasta.

Questa non è la classica storia della ragazza schizzinosa che non mangiava i canditi, bensì è la mia metafora di famiglia. O meglio, delle mie famiglie. Ogni anno a Natale qualcuno è panettone e qualcuno è candito. I vecchi rancori si risolvono escludendo i canditi dalla propria fetta di famiglia e così, per quei giorni, sono tutti contenti.

Ma cerchiamo di essere realisti, c’è davvero gusto in quella fetta crivellata? Non lo so, a volte dopo aver mangiato un pezzo di panettone sforacchiato ho come la sensazione di non aver mangiato il dolce. Resta solo tanta insoddisfazione e quel senso di chi si sente inconcludente, perché puoi sforzarti quanto ti pare per escludere i canditi dal panettone, ma la verità è che non riuscirai mai a liberarti veramente di loro. Rappresenteranno sempre qualcosa con cui fare i conti, in tutte le feste a venire.

Beh, quest’anno voglio cambiare le cose, scelgo di risolvere una volta per tutte questa storia dei canditi. Non proverò a mandarli giù con la forza. Penso piuttosto che cambierò ricetta, proprio come fecero i lungimiranti pasticceri che negli anni ’90 introdussero le gocce di cioccolato.

Sì, cercherò di trasformare i miei canditi in gocce di cioccolato, perché non ho più voglia di perdere tempo con una fetta di panettone, non ho più voglia di sporcarmi le mani.

Buone Natale, ragazzi. 

 

 

Le donne sbattono i biscotti.

15 Dic

Almeno le donne che conosco, me compresa, sbattono i biscotti prima di pucciarli in qualsiasi tipo di bevanda.

Non è un rito, lo definirei più un’idiosincrasia socialmente accettabile. La donna contemporanea estrae il biscotto dalla confezione in punta di dita, partendo sempre da quelli già rotti, e successivamente, dopo aver avvicinato il biscotto alla tazza, con due colpetti veloci degni di un picchio, bussa sempre due volte. Questo provoca la perdita di buona parte delle briciole appiccicate al tanto anelato biscotto, nonché fastidio profondo nell’uomo che si trova nei paraggi.

Grazie ai miei studi ho potuto formulare interessanti teorie in proposito:

  • reminiscenze infantili dovuti a biscotti troppo “inzupposi” che esplodono al contatto con i liquidi diventando papponi per cani in un amen;
  • perfezionamenti di colazioni a letto in cui è necessario eliminare anche la briciola più insignificante;
  • azione ancestrale basata su rudimenti di codice morse che avrebbe permesso alle donne di parlare già appena sveglie al mattino.

Tuttavia, non sono ancora certa che la mia esplorazione in materia sia terminata, quindi sarà gradita qualsiasi altra teoria o testimonianza in proposito.

Sto ancora cercando di rispondere ai seguenti quesiti: come mai alcuni noti biscotti al burro si definiscono “digestivi”? E perché alcune casalinghe soffrono del Complesso di Banderas?

 

 

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